Conversazione tra Karin Slaughter e Mo Hayder

Tratta da www.karinslaughter.com
© Karin Slaughter e Mo Hayder

Qualche mese fa ho avuto un piacevolissimo scambio di e-mail con l’amica Mo Hayder, una delle migliori scrittrici di thriller del momento. Il suo ultimo libro, Le notti di Tokyo, è così ben scritto che mi ha fatto accapponare la pelle. Poiché sia io che Mo siamo donne che scrivono storie di violenza, capita spesso che veniamo messe a confronto. In questo caso l’accostamento non mi dispiace affatto (quando si dice "essere in buona compagnia").

Attenzione: questa intervista contiene piccole rivelazioni su Indelebile e su Il trattamento di Mo Hayder.
M. Come mai in Indelebile, il tuo quarto libro, hai deciso di risalire al passato?
K. Appena terminato Blindsighted, ho capito che sarei tornata indietro nel tempo per scoprire come si erano conosciuti Sara e Jeffrey e cosa mandava avanti la loro relazione. Avevo già in testa un’idea per i primi quattro libri e ho nascosto degli indizi nei primi tre, in modo che i lettori che mi seguivano dall’inizio venissero ripagati quando arrivavano a Indelebile. Trovo interessante che nel quarto libro si comincino a vedere le varie sfaccettature di Sara perché è proprio quello che succede quando si conosce qualcuno da un certo tempo. I personaggi hanno sempre dei segreti che solo l’autore conosce e questa storia era una grande occasione per rivelarne alcuni. Più o meno come tu racconti di Grey nella prima parte di Le notti di Tokyo. In superficie sembra una creatura fragile e mutevole, ma nel profondo è una donna molto forte. Anche se le tue trame non fossero avvincenti come sono, credo che la tensione che crei con il mistero del personaggio basterebbe a convincermi a continuare la lettura.
M. Si intuisce che hai progettato accuratamente le tue storie. E ti destreggi così bene con i personaggi della serie, che non diventano mai stantii. È una cosa che io ero sicura di non saper fare perché temevo che si sarebbe rivelata limitante, così ho messo in programma due libri per il detective Jack Caffery e poi sono passata a una storia autonoma con Le notti di Tokyo. Tu non trovi le storie seriali limitanti?
K. Vorrei avere il merito di saper pianificare, ma a me succede piuttosto che mi passi per la mente qualcosa di davvero intrigante senza che me ne renda veramente conto. Mi sembra semplicemente di conoscere bene Lena, Jeffrey e Sara e mi viene spontaneo di continuare a scrivere di loro. Detto questo, con Triptych ho preso una vacanza dalla contea di Grant e trovo che mi abbia fatto bene. È una storia metropolitana e cruda – ambientata ad Atlanta – e mi sto divertendo molto a stare in un posto nuovo con personaggi nuovi, alcuni dei quali finiranno per entrare nella serie ambientata a Grant.
Devo dire, però, che per quanto riguarda Jack credo che tu ti sottovaluti. È impossibile che l’ultimo capitolo de Il trattamento metta un punto finale alla sua storia. Ci sono scene di quel libro che trovo ancora avvincenti dopo tanti anni. Non ricevi un sacco di lettere ed e-mail di fan che vogliono sapere quando tornerai a parlare di lui?
M. Mhm…sì. E trovo la cosa allarmante. Alcuni sono arrabbiati perché secondo loro ho lasciato in sospeso la storia di Caffery in un momento cruciale. Non siamo ancora a uno scenario da Misery, ma un sacco di lettori non vogliono convincersi che il finale non è stato concepito per introdurre un sequel. In ogni modo, io l’ho lasciato esattamente dove volevo lasciarlo – sarò matta, ma credevo che fosse il punto più toccante e significativo della sua vita. E come è stato per te con Triptych (magnifico titolo, a proposito) ho trovato molto liberatorio trasferirmi in un ambiente diverso con Le notti di Tokyo. Sapevo di voler fare una cosa completamente diversa, così non ho cambiato solamente l’ambientazione, ma anche la struttura: in particolare il passaggio a due narrazioni parallele in prima persona, che è stata una bella sfida. Ricordo che, dopo aver letto Indelebile, ti ho detto che avevamo scritto due romanzi con strutture molto simili, nel senso che entrambi contenevano due narrazioni che si svolgevano in periodi di tempo diversi, la prima delle quali all’inizio sembrava non avere nulla a che fare con la successiva, ma che nelle scene finali entravano in contatto l’una con l’altra. Mentre leggevo Indelebile non mi aveva neppure sfiorato l’idea che quello che stava succedendo a Sara e Jeffrey a Sylacauga avesse qualche relazione con l’episodio dei sequestratori, questo per dire che hai mischiato le carte alla perfezione. Come hai fatto?
K. Bene, prima di tutto non definirei "arrabbiate" tutte quelle lettere che ti ho scritto. Semplicemente, ero curiosa di sapere qualcosa di più su Jack.
Comunque… grazie per avermi detto che con Indelebile ho fatto un buon lavoro. Anche in questo caso l’idea brillante è arrivata senza che io me ne rendessi conto. All’inizio avevo deciso di scrivere per prima la parte ambientata a Sylacauga, poi quella più recente, e successivamente intrecciarle. Ma così non ha funzionato, e allora mi sono ritrovata a scrivere il libro tutto di seguito, sviluppando mentalmente le due trame di capitolo in capitolo. Che sia riuscita a svilupparle nella mia testa contemporaneamente è una cosa che sorprende anche me, considerando che mi capita spesso di dimenticare come finisce una barzelletta che sto raccontando.
Pensi che a te venga più facile esercitare il controllo sui libri che scrivi di quanto non ti succeda nella vita vera? Perché devo dire che la cosa che ti riesce meglio in Le notti di Tokyo è quello che io chiamo il contratto dell’autore con il lettore: tu hai la capacità di indurmi tacitamente a fidarmi di te. Quando leggo uno dei tuoi libri so per certo che, qualsiasi direzione prenda la storia, c’è una ragione che mi verrà spiegata alla fine. Ma so anche che quando sei venuta a trovarmi ad Atlanta ti sei persa nel traffico e in questo senso la tua capacità di farmi sospendere il giudizio sulla direzione che prendi la dice lunga.
M. Hai ragione. E grazie per esserti offerta di venirmi in soccorso. In realtà non mi ero affatto persa, mi ero semplicemente impantanata nel vostro STUPEFACENTE sistema di raccordi anulari. Sapevo benissimo dove stavo andando, ma dato che avevo tempo (un sacco di tempo) per stare ad ammirare la vostra splendida città dall’area di parcheggio, mi è venuto in mente che c’è una tendenza ad ambientare i gialli nelle grandi città cosmopolite: l’ho fatto anch’io in passato (Londra sud, Tokyo). Tu invece hai scelto una cittadina di provincia. Mi domando se non sia proprio questo a rendere la serie così avvincente, a far sì che l’imprevedibile colpisca in piena faccia: la giustapposizione dell’orrore alla piccola, sonnacchiosa Heartsdale. Ha qualcosa a che fare con il mondo in cui sei cresciuta o in cui vivi adesso? Perché se la risposta è sì, allora dal punto di vista statistico sei spacciata. Se non ora, la prossima settimana, il prossimo mese, il prossimo anno…
K. E va bene. Come se a Londra non ci fosse mai traffico. Comunque, tanto di cappello per non avere abbandonato la macchina sulla tangenziale (c’è gente che lo ha fatto).
Sono cresciuta in una piccola città, ma ho fatto quello che fanno quasi tutti una volta cresciuti: mi sono trasferita in una grande città. Nel mio caso si trattava di Atlanta. Mi sono fatta l’idea che in America tutti i delitti “interessanti” avvengano in cittadine di trentamila abitanti o meno. Atlanta, che stando alle statistiche è una delle città più violente degli Stati Uniti, ha la sua buona dose di scontri a fuoco, ma di solito avvengono per i soliti futili motivi: droga, bande rivali, rapine andate storte.
Ragazzi che uccidono i genitori, pedofili nascosti nell’ombra, donne incinte colpite a morte nel sonno: queste sono cose che succedono soprattutto nell’America di provincia. Se fossi un serial killer me ne starei senz’altro nascosto in un posto dove la gente non chiude a chiave la porta di casa. E hai ragione quando dici che la provincia è un’ambiente che non fa pensare a storie di violenza. Ma questo rende ancora più raccapriccianti le cose che succedono. Se cammino per le strade di Atlanta, tengo d’occhio tutto quello che mi succede intorno, più di quanto non faccia quando passeggio nel centro di Blue Ridge, un minuscolo insediamento sulle montagne del nord della Georgia. Hai la sensazione di essere al sicuro, che è quello che vogliamo tutti. Purtroppo, però, è solo una sensazione. Le tragedie accadono ovunque. Per esempio, a Blue Ridge ci sono circa sei chiese per abitante e le famiglie perbene appendono in giardino cartelli con i dieci comandamenti, ma se leggi il giornale locale scopri che nel fine settimana, appena fuori città, hanno scoperto uno dei più grandi laboratori clandestini di metamfetamine e arrestato sedici persone. Adoro questa dicotomia.
E tu, come mai hai scelto di ambientare un delitto in una grande città? La contea di Grant è frutto della mia immaginazione, perciò sono l’unica che può stabilire come è fatta. Ti ha mai preoccupato l’idea che, magari facendo svoltare a sinistra Jack su una strada a senso unico, potevi suscitare le ire dei londinesi? Io ho affrontato Atlanta con una certa insicurezza, anche se ci ho abitato per quindici anni. Avrò senz’altro commesso degli errori e prima o poi qualcuno lo noterà.
M. So cosa vuoi dire. Io ho vissuto a Tokyo due anni è ho preso un sacco di appunti prima di scrivere il libro, ma, a buoni conti, nei ringraziamenti ho inserito le mie scuse alla città per le libertà che mi era concessa nella descrizione del tessuto urbano. Per quanto riguarda Birdman e Il trattamento, devo dire che conoscevo abbastanza bene quella zona di Londra ed ero meno preoccupata. Anche se poi ho ricevuto la lettera di un lettore arrabbiatissimo: sosteneva che la trama di Birdman non stava in piedi perché a Greenwich non c’erano case tanto grandi da permettere ad Hartveld l’improbabile trattamento che riservava ai cadaveri. Il fatto poi che quello stesso lettore mi segnalasse anche sei punti della storia in cui gli inviavo messaggi d’amore in codice non è bastato a mitigare la mortificazione per aver inserito un dettaglio sbagliato. Perciò capisco che tu tema le reazioni dei cittadini di Atlanta, specialmente data la loro predilezione per le sparatorie. (A proposito, gli Stati Uniti non credano che non ci diamo da fare per seguire le loro orme. Abbiamo già raggiunto un livello di traffico stile Atlanta, e ce la stiamo mettendo tutta sul fronte delle armi da fuoco: nel Regno Unito gli omicidi aumentano a un ritmo mai visto prima.)
Ma a parte questo, credo tu abbia sollevato un aspetto cruciale per questo genere narrativo: i dettagli devono essere assolutamente autentici. Mi sorprende che tu abbia detto di esserti inventata tutto. Ho sempre dato per scontato che tu fossi il tipo che fa ricerche approfondite. Le parti che riguardano le procedure di polizia, per esempio: non mi dirai che te le sei inventate.
K. Complimenti per gli omicidi! Io faccio montagne di ricerche, ma anche tu ti sarai accorta che, una volta completato un romanzo, di tutti i libri e gli articoli che hai letto hai utilizzato sì e no lo 0,01 per cento. Io mi invento un sacco di cose, più che altro perché rispettare tutte le regole diventa piuttosto noioso. Per esempio, quando un agente per qualche ragione si ritrova a sparare, è d’obbligo che venga sospeso dal servizio fino alla conclusione dell’inchiesta, ma in Corpi sarebbe risultato abbastanza noioso vedere Jeffrey che se ne stava a casa in mutande per una settimana a guardare History Channel alla tv. Ti dirò che ritengo molto importante conoscere le regole, perché solo conoscendole bene è possibile trasgredirle in modo tale che il lettore trovi comunque realistica la storia. Prendiamo per esempio le competenze mediche di Sara. C’è un medico delizioso che mi aiuta in queste cose, ma se descrivessi tutti i passaggi, diciamo per intubare una persona, ci vorrebbero almeno tre pagine, e per amore della precisione finirei per rallentare troppo la storia.
Non so se l’hai notato anche tu, ma i lettori di thriller sono quasi sempre molto astuti e se cerchi di ingannarli chiudono il libro una volta per tutte (o caricano la pistola, a seconda dei casi). Capisco che incappare in un dettaglio scorretto possa indispettire. Io adoro i libri di Eric Garcia: racconta di dinosauri che vivono tra noi sotto spoglie umane. Il personaggio principale che risolve sempre tutti i casi è un velociraptor di nome Vincent. In uno dei libri, Vincent racconta di essere svenuto per un’overdose di basilico (non chiedere a me) sul campo di football della Emory University di Atlanta. La Emory è l’università delle teste d’uovo (dove si è laureata Sara) e non ha una squadra di football. Questo mi ha fatto alzare gli occhi dal libro, ma poi mi sono detta, “aspetta un attimo, accetti il fatto che sia un dinosauro sotto spoglie umane, che vada in giro a risolvere delitti e che combatta la mafia dei dinosauri, ma non mandi giù la storia del campo da football?”. Credo che stia tutto nella sospensione dell’incredulità. Nessun autore riuscirà mai a raccontare tutto in modo assolutamente preciso, anche se quando qualcosa che conosco bene viene rappresentato in modo scorretto me ne accorgo. Quello che non mi spiego è perché i lettori si arrabbino tanto. Come dice Harlan Coben, «È tutto inventato!». Noi non scriviamo libri di testo o manuali.
M. Buona parte delle domande che mi fanno i lettori e la stampa ruotano intorno all’argomento "donne e violenza" e in particolare a cosa significhi essere una donna che scrive storie di crimini violenti (spesso perpetrati contro donne). Dato che avvengono delitti raccapriccianti anche nei tuoi libri (penso in particolare a quello descritto in Blindsighted), sicuramente avranno chiesto anche a te, e chissà quante volte, la stessa cosa. Tu cosa rispondi? È una prerogativa maschile scrivere storie violente? E noi, scriviamo in modo diverso dagli uomini?
K. Devo dire che non c’è stata intervista in cui non mi abbiano fatto quella domanda, più o meno variata, e quasi sempre con un velato tono di accusa. Non voglio dire che gli intervistatori siano stati aggressivi, ma il modo in cui viene formulata la domanda di solito implica che quello che sto facendo è tabù, e che forse farei meglio a scrivere di cose più femminili, tipo i misteri dell’uncinetto, oppure inventare una di quelle storie in cui per una buona metà del libro chi racconta è un gatto. Mi è addirittura capitato un uomo che dopo avermi chiesto l’autografo sul libro mi ha detto: «Come fa una ragazza dolce e carina come lei a scrivere cose così terribili?».
Ne ho discusso anche con amici uomini che sono scrittori di thriller e ho scoperto che a loro non chiedono quasi mai perché scrivano storie di violenza. Un uomo che racconta cose sgradevoli è in genere più accettato di quanto non capiti per una donna. Per anni è stato considerato territorio esclusivo dei maschi e in particolare alla fine degli anni Ottanta e per tutti i Novanta si è consolidato il mito della donna distrutta, dove il personaggio femminile, che era stato violentato o aveva subito abusi, aveva due sole alternative: diventare catatonica, o diventare una martire, e immancabilmente alla fine un uomo coraggioso e sensibile la salvava da se stessa. Capisco che un simile atteggiamento fosse un riflesso di quello che succedeva nella società in genere (gli scrittori non potevano più violentare e saccheggiare nel vuoto) ma io trovavo fastidioso – se non offensivo – che quelle donne non potessero salvarsi da sole. Naturalmente, anche un sacco di uomini hanno fatto cose egregie, perchè ci sono splendidi romanzi, come In a Dry Season di Peter Robinson, in cui la storia è narrata dal punto di vista di una donna in un modo assolutamente credibile, e Mark Billingham ottiene un successo invidiabile applicando le pari opportunità anche agli assassini.
A mio parere, era ora che le donne cominciassero a parlare e a scrivere della violenza contro le donne. Siamo noi le vittime di questi crimini. Siamo noi a dovere in qualche modo sopravvivere alla violenza subita – sempre che siamo tanto fortunate. Credo che le autrici donne guardino ai crimini sessuali con uno sguardo diverso, come Lena, il personaggio della mia serie: è stata brutalmente violentata e reagisce a quell’esperienza in un modo completamente diverso da quello comunemente descritto nei romanzi. Statisticamente, la sua reazione è più diffusa di quella catatonica/martire. Come molte donne, ribalta la sua rabbia e la rivolge contro se stessa. Si caccia in situazioni e in relazioni in cui l’abuso si ripete. Beve invece di prendere farmaci. Sono scelte autodistruttive che molte donne mettono in atto in risposta alla violenza subita, e io voglio parlarne perché non mi capita spesso di leggere queste cose nei libri. Per questo adoro la trilogia di Maureen O’Donnell che ha scritto Denis Mina. Mio Dio, che personaggio. È così tosta e tenace che quando leggo mi lascio coinvolgere come non mi era mai successo con un libro.
Lo stesso vale per quello che scrivi tu. Il trattamento, per esempio, è una storia con un punto di vista decisamente femminile, ma non il punto di vista femminile di cui si parla di solito. Va dritto al cuore della violenza: viscerale, che attanaglia lo stomaco. Chi dice che Aileen Wuornos è stata la prima donna serial killer e poi la liquida come “non vera donna” in quanto lesbica, non vuole accettare l’idea che le donne commettano violenze e tanto meno capire perché si scrivano storie in proposito. Eppure, se prendiamo i crimini più atroci contro i bambini, vediamo che le donne sono molto più sadiche degli uomini. Mi domando se i tuoi libri suscitino una reazione diversa perchè sei inglese, e quindi non vincolata agli standard imposti dalla cultura puritana americana. Quando hai scritto di abusi sui bambini, per esempio, volevi sostenere una tesi, o volevi semplicemente raccontare un storia?
M. Io scrivo sempre, prima di tutto, una storia. Sono d’accordo su quello che hai detto (un sospiro di assenso per i romanzi con narratori gatti), solo che io ho impiegato anni prima di riuscire a proclamarlo ad alta voce: Io racconto semplicemente una storia… È un’affermazione che ti porta inevitabilmente a diventare il bersaglio di dibattiti di stampo tolstoiano su che cos’è l’arte e sulla responsabilità dello scrittore a educare, delucidare, illuminare. Ovviamente, se mi sento attratta da un argomento (come mi è capitato per gli abusi sui bambini nel caso di Il trattamento, o per il massacro di Nanchino nel caso di Le notti di Tokyo) ne scrivo con più passione, ma non mi succede mai di iniziare un libro per dimostrare una tesi. Mi bloccherei se chiedessi a me stessa cosa sto cercando di dire prima ancora di prendere in mano la penna, anche se poi mi può capitare che ripensando a un mio romanzo ci ritrovi i miei temi e le mie passioni. Devo aggiungere che secondo me gli scrittori vengono troppo spesso incoraggiati a presentarsi come gli esperti di qualsivoglia argomento. Per esempio, se tu chiedessi a un dentista o a un arredatore cosa ne pensa della guerra in Iraq, daresti più peso alle sue risposte che alle tue opinioni personali? Eppure a me lo hanno domandato un sacco di volte e sono quasi certa che la mia opinione è stata presa più sul serio solo perché sono una scrittrice. Solo perché me la cavo a sistemare le parole in un ordine relativamente gradevole, non significa che i miei orientamenti morali debbano essere più validi di quelli di chiunque altro. Anzi, probabilmente meno, dato che buona parte del mio lavoro consiste nel mentire in modo convincente. Ma forse sto solo sovvertendo la mia rabbia…
K. Sono convinta che chi scrive a tema finisce per costruire una narrativa forzosa e che il lettore prima o poi se ne accorgerà. Come hai detto tu, solo dopo aver scritto qualcosa mi rendo conto dei problemi che ho sollevato, e di solito si tratta di qualcosa che ho visto succedere nel mondo e che mi ha angustiato. Se questo significa sovvertire la propria rabbia, allora anch’io sono colpevole. Se arriverò al punto di diventare didascalica e predicatoria, spero che qualcuno mi spari addosso. Detto in soldoni, io scrivo per intrattenere, non per educare. Non credo ci sia nulla di cui vergognarsi se si è bravi a raccontare storie. E non credo neppure che le mie opinioni siano più pregnanti di quelle di qualunque altro solo perché sono stampate.
Quello che mi piace quando scrivo è che a volte, su determinati argomenti, i miei personaggi abbiano opinioni diverse dalle mie. Sicuramente Lena esprimerebbe un giudizio diverso dal mio sullo scandalo Bill Clinton/Monica Lewinsky. Credo che sia molto più stimolante scrivere con un punto di vista diverso da quello che ti è consueto. Fa emergere un sacco di cose su te stessa che forse non conoscevi.
M. Tu hai detto che Il trattamento è narrato da un punto di vista femminile. Lo trovo curioso, perché io ho cercato in tutti i modi di evitare di scriverlo dal punto di vista di una donna.
K. Che passi hai intrapreso per evitare di scrivere come una donna? Sono curiosa, perché io credo che nessuna donna riesca a impedirsi di assumere un’ottica femminile, è qualcosa che impronta ogni aspetto della nostra vita. Forse non sarai d’accordo, ma da quando sono nata mi sono convinta che alle bambine si insegni a vedere il mondo in un modo diverso. Perfino i cosiddetti maschiacci, e io credo di esserlo, imparano a non oltrepassare il limite. Credo che sarebbe difficile trovare una donna che non sta in allerta mentre attraversa un parcheggio buio, o che non pensa quello che pensiamo tutte quando si sente un rumore strano nel cuore della note: stupro.
M. Sono d’accordo che noi donne vediamo il mondo in modo completamente diverso, ma io credo (sarò antiquata) che il nostro comportamento e le nostre attitudini siano anche il risultato della nostra condizione biologica e dei nostri condizionamenti. Ma su una cosa hai ragione: nessuna donna scrittrice può evitare di offrire un punto di vista femminile, anche se ne Il trattamento e in Birdman ci ho provato con tutte le mie forze: ho scritto in terza persona e ho scelto dei maschi come personaggi principali. È stata una fatica improba passare alla prima persona femminile con Le notti di Tokyo, ero terrorizzata, temevo di rivelarmi. Tu hai sempre messo in scena personaggi maschili e femminili altrettanto credibili, Jeffrey e Sara, per esempio, hanno la stessa incisività. Hai trovato difficile entrare nella testa di Jeffrey?
K. La genetica gioca senz’altro un ruolo nel rendere le donne più prudenti degli uomini. Sia la natura che l’educazione ci rendono diverse dalla nostra controparte maschile. Quando scrivo dal punto di vista di Jeffrey devo sempre zittire quell’allarme: quello che mi impone di stare in guardia, di conoscere il mio territorio, di sapere chi occupa il mio spazio. L’ultima cosa che viene in mente a un uomo, quando si trova fuori dal suo territorio, è che lo possano aggredire. Eliminare quella percezione di minaccia è estremamente liberatorio, ed è lì che riesco veramente a entrare nella testa di Jeffrey. So che è molto riduttivo parlare di un argomento tanto complesso in termini di genere ma, per quanto mi riguarda, quando vedo le cose attraverso gli occhi di Jeffrey, provo tutta quella libertà che gli deriva dall’essere uomo. Dopo le superiori lui è andato subito al college, mentre la sua ex ragazza incinta è rimasta a casa a crescere il loro bambino. Jeffrey era un prolifico donnaiolo prima di Sara, e non veniva criticato, anzi era apprezzato proprio per questo. Sua madre crede che sia perfetto e che nessuna donna possa essere alla sua altezza. Non capita spesso di trovare donne che possono permettersi tanta libertà.
Per esempio, a volte ricevo lettere di rimprovero per il linguaggio sboccato di Lena, ma nessuno dice mai niente su come si esprime Jeffrey. Nessuno ha nulla da obiettare se si dimostra violento o insensibile, né protesta se Sara lascia da parte le sue esigenze emotive per dedicarsi a lui. Questi sacrifici vengono tranquillamente accettati perché è sempre stato così. Venendo al sesso, sono sicura che alcuni lettori provano un certo disagio per la buona intesa sessuale di Jeffrey e Sara. Lei non è il tipo di donna che vede il sesso come un compito ingrato. Le piace fare sesso, ama Jeffrey, e insieme stanno approdando a una relazione sostanzialmente stabile. Il lettore sa che si amano e, conoscendo la loro storia, dovrebbe anche sapere che non finirà per un litigio su chi doveva portare fuori la spazzatura. Come te, anch’io ho sempre la testa sui libri, ma tra i romanzi che ho letto ultimamente non me ne vengono in mente molti in cui si vedono due adulti legati da una sana relazione stabile. Non voglio dire di avere fatto qualcosa di nuovo. Nella serie di Falco di Lindsey Davis succede la stessa cosa – solo nell’antica Roma.
Ma scrivere di sesso entrando nei dettagli è sempre difficile. Credo tu l’abbia fatto in modo egregio in Birdman. Jack scopa, e sulla pagina c’è tutto. A quanto pare, a noi che scriviamo thriller piace tanto parlare di gente presa a randellate, di abusi sui bambini o di aggressioni sessuali, ma quando si tratta di sesso tra due personaggi “buoni”, ci prende il panico.
M. È esattamente quello che sostengo da anni, solo che non l’ho mai detto con tanta chiarezza, e così nessuno ha capito di che diavolo stessi parlando. Non c’è dubbio, scrivere di sesso dal punto di vista di due personaggi che “lo vogliono fare” è estremamente difficile per una donna, probabilmente per le ragioni che hai spiegato prima: può essere facilmente frainteso ed essere interpretato come una resa, una perdita di potere. Allora come si fa a tenere “al di sopra” un personaggio femminile forte, e nello stesso tempo fargli fare sesso? (Forse ho già risposto alla domanda: facendola stare sopra?)
K. Credo che il sesso abbia spesso a che fare con il controllo e che quella non sia una cattiva cosa. L’ideale è che il controllo passi alternativamente dall’una all’altro. Ancora più ideale, è che la cosa vada avanti per parecchie ore, se non giorni.
M. Ehi, questo sì che è interessante. Cancella tutto quello che ho detto su Atlanta. Se fate davvero così, mi trasferisco lì domani.
K. Non sarà un caso che le chiamiamo lunghe, torride estati…
M. Wow.
K. Tornando alle scene di sesso nei romanzi, un amico mi ha detto che la cartina di tornasole per capire se valga o no la pena inserire del sesso è quella di verificare se eliminando quella scena la storia sta in piedi lo stesso. Se sì, probabilmente è superflua. La prima volta che ho mostrato quello che definirei sesso esplicito tra Sara e Jeffrey è stato in Indelebile. Ero a disagio come una puttana in chiesa. Forse adesso si sentirà a disagio Sarah Waters, perchè è stata proprio lei a incoraggiarmi ad andare fino in fondo e mostrarlo per quello che era. Credo che la scena di Indelebile dica al lettore qualcosa di nuovo sul rapporto tra Sara e Jeffrey; rafforza la storia e quindi funziona. Come quando tu hai inserito l’episodio di Jack e Rebecca sulla tromba delle scale. Credo che dica molto su entrambi i personaggi. Nel tuo caso si tratta di due persone emotivamente instabili e fragili, che si lasciano andare a una scelta incredibilmente irresponsabile facendo sesso non protetto in un luogo semipubblico. Secondo me, quella scena dice molto di più che non i soliti ripieghi cui si ricorre per sviluppare un personaggio raccontando al lettore che cosa beve e o che musica ascolta.
M. Il vero problema quando si scrive di sesso è scegliere le parole per tutte quelle orribili appendici che vengono usate nell’abile esecuzione della brutta cosa. La soluzione migliore che ho trovato è stata quella di chiamarlo/la come lo/la chiamerebbe il personaggio. L’idea mi è venuta in uno di quei momenti fulminanti in cui nella mia testa si accende un’enorme lampadina tipo brutta decorazione natalizia. Infatti, anche se avevo capito come si “entra nel personaggio”, per usare la metafora di Stanislavsky, non sapevo come cavarmela quando si trattava di scene di sesso (oh, le allusioni oggi si sprecano, ma non è questo il punto). Non riuscivo a fare quel passo, mi sembrava tutto troppo personale. Forse è facile descrivere un personaggio che fa colazione, discute animatamente, vende gelati o che altro, perché si tratta di cose che possiamo vedere: ma non vediamo (parlo per me) gli altri quando fanno sesso e così ci manca un modello da imitare. Questo spiegherebbe anche perché le scene di morte sono tanto difficili: perché nella nostra cultura si evita di guardare la morte. Naturalmente tutto diventa ancora più difficile se cerchi di scrivere in prima persona, perché allora ti esponi, ti metti decisamente in mostra. Ho sempre avuto molta diffidenza sia per il sesso che per la prima persona, ma forse adesso l’ho superata perché il mio prossimo libro è tutto sul sesso e tutto in prima persona.
E tu cosa ne pensi? Secondo te è più facile la prima o la terza persona?
K. Io ho pubblicato solo un racconto scritto in prima persona e non so se scriverò mai un romanzo in prima persona perché trovo che si rischi di rivelarsi troppo, per tutti i motivi che hai già spiegato tu. Ci sono anche parecchi scrittori che usano la prima persona con scarsi risultati – tu sei la mia eccezione preferita – con un tono che tende a diventare troppo coinvolto e/o compiaciuto. In Le notti di Tokyo ho trovato particolarmente brillante la soluzione di alternare due narrazioni in prima persona dando loro due voci distinte. Questa è una cosa che mi preoccupa sempre. Non voglio che i miei personaggi suonino tutti più o meno simili.
Concordo pienamente con te quando dici che non si sa mai come chiamare le varie parti. Giuro su Dio che, mentre scrivevo, continuavano a venirmi in mente espressioni come “membro pulsante”.
Credo che il rapporto sessuale aggiunga molto alla storia in Indelebile. Io vedo Sara come un individuo sfaccettato. C’è la pediatra stimata, cittadina di spicco della contea di Grant, e c’è l’altra, quella cui piace fare sesso e che vuole rimanere con Jeffrey. Ho fatto spesso delle allusioni al suo linguaggio disinibito durante il rapporto, ma i lettori tendono a censurarlo quando pensano a lei perché, naturalmente, una brava ragazza non dice “scopami”.
Ma tu, andiamo, vuoi farmi credere che non hai mai visto un film porno? Quanti anni sono che sei sposata? Non venirmi a dire che la tua copia di Uccelli di rovo non è piena di orecchie sulle pagine migliori, perché non ci credo.
M. Il mio fidanzato è stato sospeso dalla scuola all’età di otto anni. Aveva trovato una pila di riviste pornografiche: non sapeva cosa fossero, ma sapeva che ai ragazzi più grandi piacevano, così le vendeva per guadagnare qualche spicciolo. Quando l’hanno scoperto aveva già messo via una cinquantina di sterline. Io però non guardo quasi mai i film porno perché so che noia mortale sia per gli attori, direi che considero tutto quello che si vede in un film porno l’esatto contrario di come la gente si comporta a letto. Inoltre ho saputo di certi irripetibili trucchi del mestiere. (Ma forse sto divagando…)
K. Da quando sei diventata così discreta?
Quello che mi infastidisce dell’industria del porno è che, a parte alcune rare eccezione, gli uomini guadagnano molto di più delle donne. Ho visto un interessante documentario sulla pornografia gay e ho scoperto che i maschi etero guadagnano migliaia di dollari prestandosi al porno gay o prostituendosi. Le donne non hanno le stesse opportunità perché, tanto per cambiare, il porno lesbico è molto più comune, come le lenzuola di seta e le colonne sonore di gridolini e frasi infantili. Dubito che qualcuno si metterà mai a lottare per l’eguaglianza in questo campo, ma non mi pare che gli uomini facciano un lavoro più duro delle donne, specialmente adesso che c’è il Viagra. Credo che tutto dipenda dal fatto che le donne sono intercambiali. È la cosa che mi dà più fastidio della pornografia..
M. Quando ero bambina avevamo in casa qualche libro lievemente pornografico. Henry Miller, per esempio, e il mio prediletto, Il lamento di Portnoy (anche se vorrei che adesso Roth lasciasse perdere il sesso: sta prendendo una piega alla Woody Allen). Non so cosa passasse per la mente a mia madre, perché mi ricordo una dieta a base di Jane Austen e Charlotte Bronte, ma a un certo punto sul mio comodino comparvero anche altri libri. Credo che il più straordinario sia stato La metamorfosi. Mi ha sconvolto. Avevo dodici anni. Mi ha letteralmente steso la frase iniziale, che è stata analizzata in mille modi: “Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti…” Credo che il momento in cui ho letto quella frase abbia poi orientato buona parte dei miei gusti letterari.
Ma dimmi di te. Hai dei libri che ti hanno influenzato in modo particolare? Cosa leggevi da piccola?
K. Mio Dio, mi ero dimenticata La metamorfosi. Dovevo avere più o meno la tua età quando l’ho letto (Mhm… sarà un complotto internazionale segreto per far nascere scrittori di thriller?) Non avevo mai letto niente di simile, è probabilmente uno dei rari libri che ho ricominciato a leggere un attimo dopo averlo terminato. Come tutti i bambini, mi sono identificata con l’isolamento di Gregor. È un eroe tragico: a parte il vantaggio di avere più braccia, chi non sprofonderebbe nella disperazione ritrovandosi scarafaggio?
Un altro libro che credo mi abbia segnato è L’uccello dipinto. Si è fatto un gran discutere se fosse un resoconto vero o una storia di invenzione, ma io ero una ragazzina quando l’ho letto e per me contava soltanto il fatto che fosse una storia scioccante e avvincente. Credo sia stato il mio primo libro con scene forti di violenza, ma tutte funzionali allo sviluppo dei personaggi e della trama. Fino a quel momento erano stati John Jakes (porno soft!) e V. C. Andrews (incesto!) a occuparmi la mente, ma dopo aver letto Kosinski credo di essere diventata una lettrice più seria e sono approdata a… Flannery O’Connor.
Essendo cresciuta nel profondo Sud, non mi era mai capitato di incappare in una donna che scrivesse di violenza in un modo così distaccato. Non credo che mi fosse permesso. O’Connor riusciva in modo magistrale a mettere insieme personaggi comuni ed eventi terrificanti. E aveva un maligno senso dello humour. Adoro il modo in cui usava lo humour per bilanciare la violenza. C’è quella splendida battuta alla fine del racconto Un brav’uomo è difficile da trovare. Il balordo che ha appena sterminato un’intera famiglia dice di una nonna bisbetica che giace morta ai suoi piedi: “Sarebbe stata una brava donna se… quand’era viva le avessero sparato ogni cinque minuti”. Come si fa a non essere ispirati da un’uscita simile?
M. Be’, appunto…